Anch’io ho la mia foto con te in scena! Anch’io ho voluto salutarti! Anch’io lo volevo, un abbraccio! E lo volevo per me! Mica per te. Per me lo volevo.
Per farmi insegnare un’altra cosa.
Tipo che bisogna abbracciare più forte, una delle tante cose che non mi riesce. Allora sì che avrei stretto, l’ultima volta che ci siamo visti, davanti a quell’alberguccio di Novoli mentre mi raccontavi commossa di come avevi accompagnato Sabra.
Grande Gila, che Persona! Potente e forte e aperta al mondo a modo tuo! Un modo di abbracciare la vita e l’universo che io ho appena potuto intravedere, un abbraccio anche alle debolezze e alle amarezze e ai limiti. Un abbraccio anche alla morte, che spaventa tutti e che invece hai raccontato come sei capace… con sagacia, accettazione, ironia e affetto per gli umani che ti badavano ai’ canto di’ foco, come avresti detto te.
C’era da imparare in teatro, c’era da imparare a lezione, c’era da imparare a veder i tuoi allievi uscire dall’aula in lacrime per i viaggi interiori in cui li portavi. Eri la persona migliore con cui essere in disaccordo, c’era da imparare anche in questo.
Avrei da dirti tante altre cose ma, siccome mi hai messo il dubbio che avevi ragione su tutto, ti son sicuramente già arrivate tutte, insieme a queste lacrime che non smetto di spargere a giro.
Allora ci si rivede, con Sabra che ci ripete che prima o poi bisogna mettere in scena quel vernacolo lì dal titolo “Ragionier Manetti, mutandine e reggipetti”, con tutti attori che hanno il nostro cognome. Che è lo stesso anche se “non siamo parenti”, come si ripeteva sempre.

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