Il ruolo dell’insegnante d’improvvisazione

L’istruttore [di improvvisazione teatrale], e cioè l’organizzatore delle riunioni, può essere un regista, un insegnante, un attore, uno psicologo, un assistente sociale o qualsiasi altra persona interessata all’attività. L’istruttore non avrà una funzione autoritaria, né sarà soltanto un agente incaricato di stabilire le condizioni in cui dovranno verificarsi degli avvenimenti sconosciuti: egli, al contrario, progetterà l’intero programma e penserà a tutti i particolari di ogni seduta; favorirà la creazione e il mantenimento di un’atmosfera in cui le scoperte personali e di gruppo possano avvenire con grande facilità; e, seguendo passo per passo l’andamento del lavoro, terrà conto di tutte quelle circostanze (diversioni, interruzioni, tagli, approfondimenti) che potrebbero comportare modifiche nella “tabella di marcia”. In certe occasioni, l’istruttore, se lo riterrà opportuno, cercherà di entrare in rapporto confidenziale col gruppo, prendendo parte agli esercizi; in certe altre si sforzerà di ridurre al minimo il peso della sua presenza per lasciar posto alle attività personali dei partecipanti. L’istruttore dovrà sentirsi parte del gruppo e non considerare se stesso e il gruppo due entità separate. Una conoscenza preesistente tra l’istruttore e i partecipanti potrà favorire l’instaurarsi di un nuovo rapporto reciproco. Sarà utile, ad ogni modo, che i partecipanti possano sempre vedere nell’istruttore un compagno di ricerca e che i programmi o le richieste di quest’ultimo rivelino interesse e partecipazione verso le esperienze, le idee e i giudizi del gruppo. L’istruttore farà commenti ed esporrà i suoi punti di vista con lo stesso spirito d un qualsiasi componente del gruppo. La sua preparazione e la sua esperienza emergeranno egualmente anche senza che egli debba tenere un atteggiamento autoritario.

Empatia, prima di tutto il resto.

da L’improvvisazione teatrale, J. Hodgson e E. Richards, De Donato Editore, Bari, 1970

Esercitarsi all’esercizio

ESERCIZIO s.m. – Assidua ripetizione di atti per addestrarsi in qlco. o imparare qlco. (come da Zingarelli).

L’esercizio ha lo scopo di esercitarsi. Ripeto un movimento per affinare tecnica e fluidità, ripercorro un processo di calcolo o metodo per averne più pratica nel momento in cui mi servirà. Eppure la naturale inclinazione dell’allievo (soprattutto adulto) al giudizio e all’autogiudizio trasforma il significato dell’esercizio in tutta un’altra questione: il raggiungimento del risultato. Quindi, nell’era del linguaggio binario fatto di zeri e di uni, dell’ON/OFF, la considerazione finale diventa: «questo esercizio non mi riesce» o «questo esercizio mi riesce»; tra l’altro, la prima considerazione si esprime con un generalizzato «faccio schifo» mentre la seconda di solito la si tiene dentro per pudore, con l’ulteriore risultato di sottolineare sistematicamente i fallimenti e aggiungere un carico da undici di autocommiserazione.  Leggi tutto “Esercitarsi all’esercizio”

FAQ – “Ma studi ancora?”

Prontuario di risposte alle domande ricorrenti.

1) MA STUDI ANCOORA??
Sì, purtroppo bisogna che tu te ne faccia una ragione.

2) QUANTO TI MANCA?
Ad oggi quattro due esami, un tirocinio da 150 ore e la tesi. Ho ipotizzato aprile 2016, ma ho dovuto saltare a luglio, e non è detto di farcela: nel frattempo lavoro, soprattutto di sera, e studiare la mattina dopo è tra le pratiche annoverate al Museo della Tortura di San Gimignano.

3) BOIA, MA QUANTI ANNI HAI?
Tanti, ma mi sono iscritto da anziano e tra la triennale e la magistrale mi son preso un po’ di pausa di riflessione, oltre ad aver avuto da recuperare alcuni crediti che mi mancavano.

4) MA A COSA TI SEI ISCRITTO?
Università degli Studi di Firenze, Scuola di Studi Umanistici (ex Facoltà di Lettere e Filosofia), dipartimento SAGAS (Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo), corso di laurea magistrale in Scienze dello Spettacolo, curriculum in Storia e Critica dello Spettacolo. In sintesi: l’economia italiana non aspetta altro che me per ripartire.

5) E LA TESI SU COSA LA FAI?
Improvvisazione teatrale: volevo fare una cosa tipo “la linea evolutiva dei format moderni”, ma l’Università di Firenze ha questo “vizietto” della storia e quindi dovrò trovare il modo di fare un’analisi storica, per la salute mentale del professore che mi segue.

6) UNA TESI SULL’IMPROVVISAZIONE? È PROPRIO UTILE?
Probabilmente boh. Per me abbastanza. Primo, la considero una bella chiusura di questo doppio percorso parallelo fra teatro studiato e improvvisazione fatta. Secondo, magari scopro cose ganze. Terzo, in questi anni ho imparato a vedere l’”evento spettacolo” da tutti i punti di vista: produttivo, antropologico, organizzativo, artistico. L’improvvisazione ha una ricetta tutta particolare, interessante prima di tutto per il rapporto col pubblico e per il numero di “praticanti amatoriali”. Ha una diffusione e un gradimento tali per cui il fatto che la ‘comunità scientifica teatrologica’ ancora si giri di là quando se ne parla, mi fa ‘mpo’ incazza’. Ripeto: se non per il valore artistico, se non per l’impatto economico, almeno per il fenomeno in sé.

7) MA DOPO, CONTINUI?
Credo di no, ma non perché non lo vorrei. L’idea del dottorato mi alletta, ma mi alletta anche l’idea degli euro. Magari si riescono ad unire le due cose!

8) GANZO PERO’, PIACEREBBE ANCHE A ME STUDIARE…
Prova e vedi come va, tanto già di normale se ne buttano via svariati di soldi e di tempo.

La Tavola Periodica dell'Improvvisazione
La Tavola Periodica dell’Improvvisazione