Dietro ai beceri

Idea
Il tarlo di tanto tempo fa: un classicone da riportare ai giorni nostri. Un laboratorio viaggiante a cui assegnare un testo. Un corso universitario di Istituzioni di regia che mi sbatte in faccia I rusteghi di Goldoni, anno 1760, che ha esattamente il numero e il genere di personaggi che mi serve. Un mix che mostra bene cosa sia il teatro, attività intellettiva dettata spesso da necessità pratiche, praticissime.

Traduzione
Ma l’immersione il testo veneziano nell’atmosfera tipica del teatro dialettale toscano è interessante anche per la sfida legata alla traduzione, un’occasione per il recupero di forme linguistiche localissime destinate a breve alla scomparsa. La scelta si rifà alle esperienze di attore dilettantistico vernacolare e la volontà di reimmergere il pubblico in quella atmosfera così familiare, da un lato allegra da un lato malinconica, della Toscana che fu, tra veglie sull’aia e mestieri scomparsi.
Il testo è stato tradotto a tavolino, seppur dopo un lavoro di training attoriale che ha permesso di essere rifinito addosso all’estro degli attori. Siamo partiti da un rispetto puntuale del testo originale – lo stesso numero di battute, lo stesso impiego di modi di dire e intercalari, ricercati con cura – affinché una trasposizione così netta possa essere più evidente nel rispetto dei paletti imposti dalla scrittura di Goldoni.

Adattamento
La questione della traduzione si allarga, ovviamente, se più in generale ci riferiamo all’adattamento del testo, trasposto dalla Venezia del Settecento alla Firenze degli anni Venti. È così che, invece del carnevale – occasione di svago cardine nel contesto veneziano, scelto emblematicamente da Goldoni per la sua pièce – ho scelto lo sfondo della Rificolona: festa ricca di elementi che oscillano tra sacro e profano, un occasione di socialità tipica fiorentina.
Nei casi in cui non si potrà tradurre alla lettera, a causa di un contesto troppo lontano (temporale, geografico o, più in generale, semantico), ho cercato sostituzioni comunque meditate: ad esempiolo zendal non è utilizzato a Firenze, specie fuori dal contesto carnevalesco, è stato quindi sostituito con un normale scialle. I nomi dei personaggi sono ripresi direttamente dalla vita quotidiana e familiare, dai racconti dei parenti, così come è per gli intercalari dei protagonisti (i ricorrenti «fiuriamoci» di Margherita e il «pe’ le ‘ose giuste» di Leonardo).

Scenografia e transizioni
Abbiamo scelto una scenografia elementare e stilizzata non solo per motivi di risparmio. Anche i cambi scena avvengono allo scoperto: gli attori entrano ed escono dal personaggio e si fanno servi di scena, i pannelli non coprono l’intera area del palco, così da mostrare lo spazio libero tra le quinte. In questo modo, il gioco del teatro è svelato, chiaro, così come Goldoni nel suo testo citava apertamente i meccanismi della Commedia dell’Arte che intendeva consegnare alla storia.

Personaggi
Riguardo a quest’ultimo punto, Goldoni farcisce la sua commedia di personaggi che riportano i tratti delle maschere tradizionali: gli uomini burberi vivono solo per salvaguardare onore e patrimonio, proprio come il Vecchio, le donne ordiscono trame, come le Serve. Un ruolo particolare, particolarmente “alieno” alla situazione è quello del conte Riccardo: è l’unico a parlare in toscano, ovvero, per l’epoca, un linguaggio particolarmente raffinato, adatto a poetiche dichiarazioni amorose; proprio come faceva l’Innamorato, che già al tempo di Goldoni era un personaggio ormai svuotato di carica espressiva. Tutti questi tratti sono stati conservati, specie quest’ultimo: il conte Riccardo è stato trasformato per l’occasione nella marchesa Virginia Melis, eccentrica nobildonna dai modi di fare sopra le righe, decisamente un pesce fuor d’acqua immerso nella routine di questa società di beceri, fatta di urli e imprecazioni.

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