Isolotto – Virgilio Sieni

Una grande scatola bianca, un vuoto alla Matrix, pronto ad accogliere qualsiasi creatura o creatore. A stagliarsi sul palco, con la solennità di un’installazione artistica, una consolle musicale: quasi un trono di strumenti, computer e amplificatori, leggermente decentrato, alimentato da un fascio di cavi rampicante alla ricerca del graticcio.
È questo il contenitore nel quale Virgilio Sieni, tornato all’assolo dopo la celebre Solo Goldberg Improvisation, si muove verso la declinazione dei movimenti umani: Isolotto è l’ultima produzione del coreografo fiorentino, andata in scena tra il 1° ed il 4 dicembre 2016 al Teatro Metastasio di Prato e presto in replica a Venezia (Teatro Goldoni, il 15 dicembre).
Virgilio Sieni ha piedi per accarezzare il palco e mani l’aria. Braccia che graffiano il vuoto, gambe che perdono e ritrovano equilibri. Isolotto è una serie di indagini, un’inchiesta che si apre su «tutte le fasi di crescita dell’uomo, tutti i tratti della vita», per citare il foglio di sala, che si realizza nella materia fisica e cinetica del danzatore.
Le luci di Mattia Bagnoli non prevedono un disegno, piuttosto un’immersione totale nel bianco; così la scena è pervasa di un’energia fredda, secca, che piove dai faretti a perpendìcolo ed è restituita, amplificata, dal candido linoleum sul pavimento. Il risultato è quello di un contenitore plastico, di un’atmosfera catodica, dell’acquario, della gabbia, del museo d’arte contemporanea dove la struttura ospita ed isola l’opera perché l’occhio dello spettatore non possa che esserne catturato. Le linee, gli angoli, i confini tra scena e fuoriscena, tutto è assorbito senza lasciare riferimenti che non siano il corpo del protagonista ed i gesti del musicista.
La musica eseguita dal vivo – dal chitarrista norvegese Eivind Aarset, ingegnere del neo-jazz elettronico – non si limita all’accompagnamento. È grazie a questa, piuttosto, che la danza si fa drammaturgia; va in scena un’azione dinamica tra i co-protagonisti. C’è un contatto perenne, talvolta solo d’invisibile sintonia, talvolta effettivamente visivo. I due si aspettano, si cercano, si rincorrono, si chiedono picchi o pause, accelerazioni e respiri, si offrono al gesto dell’altro. È un filo percepibile anche quando Sieni rompe il ritmo dei suoni per cambiare improvvisamente rotta. E lo fa di continuo: dalle carezze alla frenesia, alla distensione, alla ricerca dell’aria, all’introspezione. È un corpo scomposto e ricomposto mille volte, un novello Pinocchio che non si fa mai bambino; rimane il burattino animato che continua la sua esplorazione in un romanzo di formazione al movimento. Non perde la sua curiosità neppure nei toni più grigi e potenti: come quello in cui il co-protagonismo quasi si sbilancia a favore della musica, che si fa terribile conquistatrice della scena nei timbri – con una chitarra graffiata a mo’ di violino, quasi violentata – e nel volume, prima di riportarsi al servizio dei movimenti.
È in uno di questi picchi che ci si accorge di un lentissimo pulsare delle luci, talmente lento dal rendersi palese – all’occhio stregato dai disegni del coreografo – solo al massimo della sua attenuazione; nella corsa opposta, verso il 100% della luminosità, invece, si percepisce la presenza di una fila di fari posizionati in sala, al di sopra della galleria, che allargano il proprio fascio di luce provocando un’esondazione dal contenitore scenico. La bocca luminescente del proscenio si protende verso lo spettatore, il quale d’un tratto si trova più coinvolto nell’atto.
Entra decisamente nel campo visivo anche la passerella che cala tra le prime file della platea. Virgilio Sieni, indossata la maschera dell’Arte, vi si avvicina ansimando tra gli spasmi di una crocifissione mortale e di una sorta di risurrezione, per poi percorrerla in direzione del pubblico. La morte lo traghetta da un ambiente astratto alla realtà fisica dello spettatore: e così avanza in platea, addirittura accennando qualche lazzo da Commedia, relazionandosi con gli astanti, per poi tornare su quel palco ormai familiare, a concludere la ridda di passioni, movimenti, raptus, sentimenti, situazioni dell’uomo che si muove e danza la sua esistenza.