La strada fatta

L’impatto col primo spettacolo di improvvisazione dal vivo è travolgente quasi per tutti. La prima volta è per sempre, poi diventa un amore da coltivare con cura. Ma andiamo pianino.

Dall’autunno del 2000 ho frequentato quindi il primo anno di corso di avviamento al Match d’Improvvisazione Teatrale presso la Lega Improvvisazione Firenze. Ricordo bene il primo insegnante soprattutto per la migliore qualità del suo insegnare: l’entusiasmo. Per dirla alla Carlo Lucarelli, “lo ritroveremo spesso più avanti, in questa storia”, quindi per adesso lasciamo da parte l’entusiasmo.

Mentre ci affacciamo all’improvvisazione come ‘apprendisti’, si scalpita per andare in scena, com’è sano che sia, e una volta arrivatici riteniamo il nostro processo formativo concluso.

In realtà la vera occasione di crescita è la continuità del palco, o meglio, del patinoire, il luogo dove si realizza il Match. La prima parte di questa storia d’amore è fatta di diversi campionati di improvvisazione con il gruppo degli amatori della Lega Improvvisazione Firenze, a partire dall’autunno 2002.

Anche l’impatto coi primi spettacoli fatti è stato travolgente. Avevo un po’ di confidenza col palco, ma ora ero un cavallo imbizzarrito che finalmente poteva sgroppare in su e giù per i prati. (Mi) Sembrava che tutte le mie parole facessero schiantare dal ridere. Spesso provavo l’ebrezza di scoprire, solo dopo aver aperto bocca, che cosa avevo detto. E faceva ridere. Mi muovevo strano, e faceva ridere. Cantavo a caso, e faceva ridere.

C’avevo visto giusto: lo volevo fare e sentivo di meritarlo. «Sarà il mio hobby più bello», pensavo, ed ancora avevo ragione.

Ma, come sempre nelle migliori storie, c’è un grande ma. Passano diverse stagioni, fatte di allenamenti, stage, Match, e pian piano ti accorgi che hai dato tanto. Che certe cose puoi imparare a fingere di improvvisarle. Che forse il cavallo imbizzarrito può andare lontano, ma non così lontano. Che il pubblico questo l’ha già visto e devi scegliere: farglielo rivedere o cambiare.

In poche parole, dopo un certo numero di spettacoli, devi decidere se sei disposto a evolvere. Tra la terza e la quarta stagione mi sono sentito in difficoltà. Ho cercato di studiare, di capire.

Poi mi è stato chiesto di diventare capitano della mia squadra. Lo feci seguendo l’esempio dei primi capitani toccati a me: non si sottolinea mai abbastanza quanto il modo in cui il capitano introduce il debuttante allo spettacolo sia fondamentale per la sua crescita.

Ogni anno passato in scena è stato un anno diverso. Ho cambiato atteggiamenti. Mi sono lasciato stupire, mi sono guardato imparare cose che non sapevo fare. Mi sono costretto a superarmi; tante volte ho avuto l’impressione di non riuscirci, molte altre è andata bene. Finché con gli ultimi anni ho sentito chiaro su di me l’effetto effervescente del già citato entusiasmo vincere un’eventuale lotta contro la tecnica e la bravura. Da lì in poi ho cercato di tendere a quello, e tutt’ora certo di portarci le persone che si avvicinano all’improvvisazione.

Mentre ancora sentivo il sapore di tutti questi cambiamenti, nel 2007 mi sono stati proposti ulteriori balzi in avanti: provare con gli spettacoli dei professionisti alla Flog di Firenze, organizzato sempre dalla LIF in collaborazione con Areamista, e avviarmi all’insegnamento. Sono stato un anno fianco a fianco col mio primo maestro, prendendo appunti e condividendo la ‘cattedra’ con lui.

La responsabilità si faceva ancora più grande: nei confronti del pubblico, che spendeva di più e si aspettava di meglio, e nei confronti di chi frequentava un corso dal contenuto così impalpabile. Forever rispetto nei confronti delle persone che spendono i propri soldi e soprattutto il proprio tempo!

Ho cercato di migliorare sempre. Nel primo campionato professionisti ho riprovato la sensazione del cavallo imbizzarrito, con i dovuti distinguo. Stavolta ero molto timoroso nei confronti dei “grandi Campioni”, quelli che avevo visto in TV e che adesso sedevano nella mia stessa panchina.

Ho dovuto farmi spazio, ho dovuto individuare alcuni punti fermi in base ai quali potermi considerare “professionista”. Ho dovuto studiare. Non mi sono fermato.

Nel frattempo, ho cominciato a collaborare con Areamista ed i loro format: in particolare Improvisti, uno short-form a quattro attori in “sfida totale”.

È stato fondamentale anche una capatina all’estero, a vedere cos’è l’improvvisazione fuori da questi confini (soprattutto a New York, dove un paio di teatri lavorano a pieno regime solo con l’impro), per buttare giù appunti di riflessioni e impressioni personali, idee per format nuovi.

Nel frattempo – per altri motivi, ma probabilmente per un disegno comune – ho abbandonato la mia ‘professione seria’ e, dopo svariati tentennamenti, ho finito per fare proprio questo: improvvisare, insegnare improvvisazione, riflettere sull’improvvisazione.

Negli anni ’10 in Italia si registra il botto di gruppi di improvvisazione e di format proposti: con Areamista creiamo Sushi, una free form completamente priva di struttura, che da tre anni va in scena con molti sold out, mentre una versione radiofonica di Improvisti si spande dalle antenne di Controradio prima e Radio Toscana poi.

Nel marzo 2012 vengo convocato nella squadra che partecipa ai primi Mondiali organizzati in Italia, in lingua italiana. Arriviamo secondi, dietro una Spagna strabiliante. Nel 2013 scrivo e sperimento con (o su?) alcuni allievi un nuovo format, Improville, mix di idee lette e viste da altre parti. Nel 2014 sono invitato alla prima trasferta in terra straniera: un torneo di Match completamente in francese, la qual cosa mi ha creato diversi problemi ed un grande stimolo: un aspetto in più in cui migliorare.

E domani?

Per domani ho già qualcosa in mente, quindi ora pensiamo a dopodomani.