Il caos, il caso, la cosa

Ottobre è il mese della prevenzione dentale, del raffreddore e dei nuovi hobby. Coi dentisti ho un discreto culo, i raffreddori sono il mio piccolo dramma personale e, riguardo agli hobby, mi posiziono dal lato dei ‘fornitori’. 

Ai corsi di improvvisazione si iscrive una discreta varieganza di persone, ognuna coi propri obiettivi. Si va dalla lotta alla timidezza, al voglio divertirmi, al ‘misentogiàganzomancoranonlhodettoanessuno’, al non sa/non risponde. Tutti in genere motivi più che degni. Poi ci sono i corsi con gli allievi più avanzati, al secondo anno o più, improvvisatori già navigati. In ogni caso, nelle prime lezioni rimbombo insistentemente le orecchie, i muri e i pavimenti delle nostre stanze con pochi e asfissianti concetti:
– Lavorare di ritmo, velocità, energia
– Abolire l’autogiudizio
– Lasciarsi stupire dalla prima parola che salta fuori dalla bocca
– Non pensare al risultato e alla qualità dell’idea

Dopo le prime settimane, solo dopo che questi obiettivi sono sinceramente raggiunti (sinceramente con se stessi), allora si potrà arrivare alla fase due: osservare il flusso caotico delle idee e iniziare la ricerca delle basi per una storia. Individuare nell’eruzione creativa senza senso e un gesto, un’atmosfera, un luogo, un’azione, un’intenzione, un umore, da abbinare ad un altro gesto, un’altra atmosfera, eccetera, e costruire insieme la prima scintilla narrativa.

È un triplo passaggio insieme semplice e complesso che riassume secoli di letteratura, da Aristotele ai moderni teorici della narratività. È una pedagogia che per primo libera l’istinto, e che solo dopo porta alla selezione.

L’uomo ha nel proprio istinto la tendenza a creare storie, ma lui non lo sa. Forse hanno preso da qui il detto del calabrone che non dovrebbe volare… Quindi cari allievi, buttatevi senza temere!

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