Esercitarsi all’esercizio

ESERCIZIO s.m. – Assidua ripetizione di atti per addestrarsi in qlco. o imparare qlco. (come da Zingarelli).

L’esercizio ha lo scopo di esercitarsi. Ripeto un movimento per affinare tecnica e fluidità, ripercorro un processo di calcolo o metodo per averne più pratica nel momento in cui mi servirà. Eppure la naturale inclinazione dell’allievo (soprattutto adulto) al giudizio e all’autogiudizio trasforma il significato dell’esercizio in tutta un’altra questione: il raggiungimento del risultato. Quindi, nell’era del linguaggio binario fatto di zeri e di uni, dell’ON/OFF, la considerazione finale diventa: «questo esercizio non mi riesce» o «questo esercizio mi riesce»; tra l’altro, la prima considerazione si esprime con un generalizzato «faccio schifo» mentre la seconda di solito la si tiene dentro per pudore, con l’ulteriore risultato di sottolineare sistematicamente i fallimenti e aggiungere un carico da undici di autocommiserazione. 

La sempiterna tendenza a valutarsi e valutare circostanze, premesse, condizioni ideali (Con chi sto improvvisando? Quante possibilità ci sono che faccia schifo? Sarà meglio se questo lo faccio per ultimo, dopo aver visto tutti gli altri?) è una fonte rinnovabile di frustrazione. Se il senso di un esercizio fosse l’individuazione di un risultato da raggiungere, quell’esercizio diventerebbe automaticamente come un problema di matematica che può avere solo e soltanto un risultato utile; ma, mentre ripetere un esercizio potenzia virtualmente all’infinito le capacità, pensarlo in termini finalistici è come imporsi già di partenza un limite. Un risultato esatto non sarà qualcosa di meno a ciò che è richiesto, ma non sarà mai nemmeno qualcosa di più, e limitare un processo creativo è quasi sempre privarlo di un certo ‘fuoco vitale’. 

L’idea di aver fatto bene è troppo rassicurante, ma la cosa più divertente è che è abbastanza rassicurante anche la certezza di aver fatto schifo. La situazione più disarmante per un allievo che si butta in qualcosa è paradossalmente quella in cui non riesce a capire come si sta comportando. Quando non gli si permette di monitorare la performance in tempo reale è come se camminasse su una fune sospesa nel vuoto: mette i passi in fila uno di fronte all’altro, barcolla nell’ansia di cadere, non si concede sbavature. 

Ma il mio lavoro di insegnante non può essere quello di mostrare un risultato e chiederne la replica. Pensate all’improvvisazione come ad un processo creativo impalpabile, che non coinvolge solo le intenzioni della recitazione ma incide sulla drammaturgia, sul testo della performance: come posso io mostrare un risultato? Avrebbe senso se io mostrassi una storia improvvisata da cima a fondo e chiedessi una fotocopia?

Il mio lavoro di insegnante è immergere gli allievi in un sistema di azioni e reazioni e sottolineare le sensazioni provate durante quell’esercizio. Ti faccio provare delle cose – se ti impongo alcune situazioni date è per semplificarti il lavoro o darti un finto obiettivo mentre crei o stuzzicare meccanismi specifici – e tu ti ci butti: mentre questo succede, mi fermo su quello che fai di buono, lo sottolineo, stimolo il gruppo a parlarne per metterlo a fuoco, affinché la performance sia affiancata sempre di più dalla consapevolezza di come il tuo corpo e la tua coscienza hanno reagito a quei determinati input.

In questo modo, quando in futuro sarà chiesto all’allievo di replicare quella performance, egli non dovrà tendere alla ricerca di un risultato (che abbiamo già visto essere un concetto improponibile) ma ricercare le sensazioni che ha provato durante l’esercizio. Così potrà tra l’altro trovare altre vie espressive, le assocerà ad una “buona performance”, avrà altre sensazioni da immagazzinare e da ricercare nelle prossime occasioni, per una crescita virtualmente infinita. 

Questo credo sia il modo migliore di intendere il famigerato “esercizio”. 

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