In teatro

Ci siamo presi dal lato migliore, dalla porta di servizio.

Non mi si poteva presentare in tutto il suo splendore, questo enorme mito con tre millenni di storia. Quale uomo saprebbe cosa dire se si trovasse di fronte Belen a prendere il sole in una caletta sconosciuta? Di sicuro non io. E quindi, il Teatro si è fatto teatro e mi è apparso sotto forma di sala parrocchiale a tre passi da casa.

È l’estate del 1999, alla compagnia di qui manca un personaggio, mia sorella (nella vita) sarà la mia fidanzata (sulla scena). In autunno debutto io e Le sorprese di Viareggio, tre atti in vernacolo fiorentino di Disma Francioni. Sono un garzone che movimenta il carbone.

Entrare sudicio da capo ai piedi è stata un’altra concessione divina. Non c’è stato bisogno di altro: entrare e sentire il formicolio delle risate. Per me poteva finire lì.

Invece ho insistito con altre commedie in vernacolo, poi qualche testo in lingua, il corso di improvvisazione, altri stage, spettacoli con altre compagnie dove conosci altre persone, altri camerini e altre proltroncine sulle quali attendere le tue scene.

Gli anni passano e, bene o male, ci frequentiamo ancora, con alti e bassi ma alcuni punti fermi: prima di tutto, mi piace l’edificio architettonico. La sua stazza, il silenzio di quando è vuoto, il muro di fondo verniciato di nero, le corde e le stoffe delle quinte, la platea al buio, il freddo che c’è d’inverno. Pur nei limiti di un testo dato, è un posto dove si crea. È un rituale di creazione di gruppo, un momento intimo, dove siamo deboli e apprendisti stregoni.

Se tutto il dettaglio v’incuriosisce, è a disposizione nel cv.

Entrare sporco di fuliggine, fare una faccia, prendere l’applauso. Per me poteva finire lì. Invece magari sarò io a finirmici, lì.