Antologia delle cose interrotte/3: Edgar Allan Poe

CHI DI NOI DUE
di Edgar Allan Poe

Non so come mi sia possibile oggi raccogliere la forza per raccontare i fatti abominevoli che mi videro protagonista, in un tempo che adesso mi appare così lontano. Che almeno il dolore nel riportare tutto alla luce mi sia da parziale penitenza per tali gravi peccati che ho commesso, e che adesso vi narrerò per quanto mi è concesso ricordare. Avviso però che si tratta forse dei più gravi atti commessi da quando l’uomo ha lasciato definitivamente la sua condizione di bestia istintiva.

È difficile dettagliare bene quali condizioni mi spinsero a compiere tali gesti criminali e rovinare definitivamente anche altre esistenze, tra le quali una a me tra le più care. Può un amore non ricambiato spingere a tanto? Ebbene, forse sì, almeno quando la respinta raggiunge tali picchi di dolore e la tempra non è così forte da reggere il peso inaspettato della solitudine.

Ammiravo miss Pemberley da anni, frequentavo il Cafè des Artistes col solo scopo di potervi scambiare uno sguardo, o un saluto – nei giorni di maggior fortuna – pur condito da quel freddo distacco tipico della signorina dabbene che non vuol lasciar speranza allo spasimante. I suoi occhi erano tutti per un certo Raymond Campbell, un tipo snello, non troppo alto e poco virile, almeno ai miei occhi. Costui era contabile presso una ditta di commercio e spesso si spostava da una all’altra delle numerose filiali disseminate nel paese. Presto Campbell si presentò a casa Pemberley a chiedere la mano della mia amata, e mister Pemberley non fece ovviamente fatica a liberarsi di una delle sue figlie in età da marito. L’evento repentino non mi dette pace, e le ore e le notti trascorse nel rimuginarci forse fecero da carburante a quella rabbia che – sebbene sia difficile da credere – fu sufficiente per condurmi sulla strada verso l’inferno.

Inizierò dunque a raccontare tutto dal principio; fu la sera del 5 novembre 1859. Girai l’angolo di Baineys Street, a piombo di un lume a gas, estrassi nuovamente il giornale avvolto nel tascone e cercai conferma: dottor Julius Flagons, 24 di Baineys Street, Londra. Riposi il giornale, riafferrando con entrambe le braccia, da sopra la testa, il saccone che trascinavo poggiato sulla schiena. Dopo pochi metri raggiunsi l’uscio al numero 24 e bussai con veemenza due volte.

  • Dottor Flagon?

Il dottore socchiuse la porta solo per farmi arrivare un banale «Sì?» a volume più alto, ma io spinsi il battente ed entrai senza proferire verbo. Flagons non ebbe tempo di opporre resistenza, rimase impietrito e forse comunque non avrebbe avuto modo di arrestare la mia fredda determinatezza.

Il dottor Flagons era medico e ricercatore in chirurgia di fama mediocre, ma da poco era apparso sui quotidiani per alcune recenti rivelazioni: aveva infatti ipotizzato di poter trasferire un cervello umano da un corpo ad un altro, mantenendo intatte le funzioni psicofisiche. La nuova aveva però causato le rimostranze della chiesa nonché delle varie società di borghesi e aristocratici londinesi che consideravano aberranti tali campi di ricerca. Difficoltà non secondaria era inoltre la indisponibilità di cavie volontarie per la pratica, la quale necessitava di corpi in vita, con tutti gli organi intatti, e non poteva servirsi dei cadaveri che usualmente si adoperano per le lezioni di anatomia o le dissezioni in medicina legale.

Il saccone che accompagnai sul pavimento dello studio conteneva il contabile Raymond Campbell, sopraffatto dall’etere etilico. Avevo pianificato tutto esattamente, con la freddezza di un automa o di un esperto assassino: origliando al caffè, avevo sentito che Campbell sarebbe partito per Leeds quella sera stessa, col treno interstatale delle sette. Lo seguii al bagno della stazione, lo sorpresi alle spalle per stringergli alla bocca una bambagia imbevuta di etere ed attesi che si facesse più buio, prima di infilarlo nel grosso sacco di juta che adesso giaceva sul pavimento.

  • Non voglio fare altro che assecondare le vostre ricerche, dottore. Quest’uomo è in stato d’incoscienza. Essendo commesso viaggiatore, nessuno percepirà la sua assenza a breve. Quanto tempo è necessario per uscire dalla convalescenza?
  • Non lo so, al momento è ancora tutto in teoria. Forse otto, dieci giorni. – Rispose il dottore tremebondo.
  • Bene. Mi presenterò a lady Campell-Pemberley non appena sarò uscito dalla degenza. Ai suoi occhi sarò il suo redivivo marito, solo un po’ intontito da un accidente che mi ha causato una lieve amnesia. Voi avrete il vostro esperimento, le vostre conferme scientifiche. Una volta pubblicata una ricerca dettagliata, forse potrete richiedere cadaveri e cavie per continuare la via. Credo che questa sia l’unica occasione per veder realizzato il vostro successo dinanzi alla comunità scientifica, dottor Flagons.

Indubbiamente gli stavo offrendo una possibilità unica, ma forse furono più il tono perentorio e il mio sguardo fisso a spaventarlo. Si fece serio, come me. Accolse l’offerta.

Mi risvegliai con un senso di freddo innaturale, ero gelido io così come sembrava qualsiasi cosa con la quale entrassi a contatto, non era un intorpidimento comune. Avevo l’impressione che la pelle non rivestisse più il mio corpo. Riuscii a stento ad alzare la testa e vedermi le gambe. Mi apparvero con uno strano colorito e sorprendentemente corte. Era una confusione difficile da spiegare, ricordo bene però la totale assenza di dolore fisico.

Mi si fece dinanzi il dottor Flagons. Aveva sul volto un’espressione incomprensbile: un misto tra gioia, apprensione e sforzo di mantenersi distaccato. Mi riempì di domande banali alle quali rispondevo velocemente e d’un tratto mi si presentò tutto chiaro. Balzai in piedi, o per lo meno fu quello che tentai di fare, perché, senza capire come, finii sul pavimento bianco. Mi rialzai con l’aiuto del dottore che blaterava parole delle quali non coglievo il senso, cercai velocemente uno specchio tentando di liberarmi da garze e bende che mi avvolgevano in vari punti del corpo, vidi uno specchio e mi slanciai davanti ad esso rischiando di cadere molte altre volte.

Appena mi vidi, entrai in un capogiro di sensazioni simili a quelle che si descrivono in seguito all’uso dell’oppio o dell’eroina. Guardavo coi miei occhi un volto alieno. Ma no, nemmeno gli occhi erano i miei, troppo più chiari: mi guardavo da dentro me stesso, dalla mia persona, e vedevo riflesso un altro. Era uno specchio che rifletteva un’immagine remota? Questo labirinto senza uscita mi portò a vomitare. Mi accorsi anche che tentavo di parlare al dottore, ma quasi non sentivo le sue parole mentre dalla mia gola non uscivano che versi indistinguibili. Tentò forse di calmarmi, credo ripetesse una frase, non ero sicuro di capirla mentre continuavo a vomitare ed emettere quelli che mi sembravano animaleschi suoni, gutturali sordi e profondi, e sembrava io non li sentissi con le orecchie ma piuttosto con le ossa, coi nervi; il suono che emettevo non usciva ma rimbombava dentro me stesso. Non capii più nulla e ricaddi al suolo, ancora, col dottor Flagons che tentava di sorreggermi, impotente. Mi svegliai ancora e ancora cedetti per poi risvegliarmi. Non so dopo quante volte né dopo quanto tempo fui finalmente in grado di elaborare pensieri lucidi e parlare chiaramente col dottor Flagons.

Dopo circa un mese ero in piedi. Credo che il dottore mi mantenesse sedato con qualche fluido calmante, ma a breve riuscii a ricordarmi quasi tutto e mi accorsi che ormai non aveva senso perdere la via intrapresa. Ripresi in mano un ritratto di miss Pemberley conservato nei vestiti di Campbell. Rimuginai sui motivi che mi spinsero a quel gesto scellerato, e questo portò nuova energia alla mia determinatezza; presi la decisione di recarmi da lei. Mi misi i vestiti del suo defunto marito e, dopo essermi accertato di essere in forze sufficienti, andai a casa sua.

Mi accolse con una comprensibile e gioiosa sorpresa. Mi abbracciò ed io mi sentii struggere di fronte a tanto affetto. Placai le mille domande sciorinando sul momento la storia che già mi ero prefigurato sull’incidente, del quale non mi ricordavo nulla, e che – come mi aveva diagnosticato un medico di campagna – mi aveva parzialmente danneggiato le capacità mnemoniche. Le prime ore insieme passarono in un’alternanza di emozioni, tentando anche di prendere confidenza con una vita che sarebbe dovuta diventare la mia quanto prima possibile: una vita fatta di vestiti troppo alla moda per essere miei, di mobili che non avevo scelto, ma anche di un timbro di voce, di una peluria, di un colorito della pelle, di un corpo che mi era interamente estraneo. Mi ero costretto ad accettare tutto come mio, in nome di quella folle passione che ora ardeva vieppiù.

Non passò molto che la gioia di ‘mia moglie’ presto si tramutò in amarezza, quando si accorse che non mi ricordavo niente della ‘nostra’ antica storia. Il luogo dove si incontrava di nascosto con Campbell, i nomignoli che si scambiavano nella notte, e la freddezza con la quale lei aveva spesso dovuto tenere a distanza quello scuro signore che ogni pomeriggio l’aspettava al bancone del Café des Artistes. Io ero invece accecato da una passione solo sognata e ora reale, tale per cui queste amarezze mi parevano passeggiere e trascurabili, determinato com’ero a seguitare in questa nuova vita. Nonostante le improvvise fitte di dolore tutt’intorno alla testa, giacevamo spesso a letto insieme nei giorni successivi. Si stupiva che fossi tornato a unirmi a lei con l’ardore e il desiderio delle prime occasioni, quelle di nascosto dai parenti e dagli amici perché fuori dalla benedizione del sacro matrimonio. Riuscii ad ingannarla per molti mesi, per così tanto tempo che pensavo non avrei avuto più da recitare. In capo alla primavera eravamo infatti una coppia comune e felice.

Le voci sul mio accidente erano state credute da tutti. Le nostre famiglie, ed anche la società, accettarono di buon grado la storia della disavventura occorsami, la mancata denunzia fu giustificata dalla mia memoria persa. Non fu possibile raggiungere neanche il medico che per primo mi soccorse, dato che nemmeno di lui avevo ricordo. A lavoro andavo poco, specie dopo che scopersi una cospicua somma di risparmi che il ligio contabile Raymond Campbell aveva messo da parte: amministrare saggiamente quel gruzzolo e la dote di quella che adesso sembrava davvero mia moglie, sarebbe stato più che sufficiente per un’esistenza degna.

Mia moglie mi pareva però sempre più distaccata. Sulle prime ero troppo innamorato per rendermene conto, mentre in seguito credetti che fosse una sua inclinazione naturale: d’altro canto per me, in precedenza, non c’era stato che qualche sguardo e un paio di frasi di cortesia, scambiate come da etichetta. Ma non conoscevo niente di lei. Avevo notato i modi aggraziati, resi ancora più dolci da un’indicibile gentilezza. Ma mi parve da subito naturalmente incline ad una sorta di malinconia.

Col trascorrere dei mesi, la malinconia iniziale passò, ma non per dar luogo ad una nuova felicità, piuttosto ad un maggior distacco. La freddezza crescente non mi feriva meno delle fitte alla testa, che erano diventate più rade ma più potenti, o del crescente rimorso per aver condizionato ad una sorte terribile più di una vita. Ma mi determinai a continuare nella mia recita quotidiana. Lasciai più libera mia moglie nelle sue passeggiate e nei suoi passatempi, decisi di non accompagnarla più tutti i giorni al Café, ma di concederle ampi spazi per gli incontri con le amiche. Per quanto non si addicesse ad una giovane maritata il frequentare i locali da sola, ero convinto che un poco di libertà la facesse poi tornare da me più passionevole; inoltre non mi ero mai curato troppo dell’etichetta. Ma in realtà il risultato fu l’esatto contrario. Il distacco aumentò. Non si sottraeva mai agli obblighi coniugali, ma neanche ricambiava volentieri le mie attenzioni come un tempo. Cominciò quasi a evitarmi, ed io cominciai a sospettare dell’esistenza di un amante.

Decisi allora di pedinarla con l’intento di verificare se lontano dalla mia presenza riacquistasse quel sorriso dolce che sapevo essere il suo. Presi una giornata intera lontano da altre incombenze e la seguii a distanza. Andò al mercato di Brick Lane, poi si recò all’ora di pranzo al Café des Artistes ma, invece di entrare, continuò per svoltare in Goldwin Street e fermarsi in una tavola calda piccola e scura, che non avevo mai notato. Attesi qualche minuto e poi mi affacciai ad una finestra: quella che mi si parò davanti fu la sorpresa più grande che avrò fino alla fine dei miei giorni.

Lei era seduta al tavolo, con un uomo. Alto, capelli tagliati troppo corti per svelare la loro natura selvaggia, e leggermente ingrigiti, vestito in maniera molto semplice, dai modi rudi, un poco addolciti solo dalla presenza della donna. Lui era me. O io ero lui, prima di essere altro. Era il mio corpo, con dentro chissà quale anima.

Fu tanto quell’accesso di ira, di gelosia e di pensieri su quello scambio d’identità che finii a terra con una crisi di nervi simile a quelle susseguenti al mio risveglio, e svenni. Mi ripresi con mia moglie che cercava di rinvenirmi a bordo strada, mentre in lontananza sentivo onesti cittadini scagliarsi contro gli ubriaconi che non sostenevano il whisky e facevano più danni dei cani randagi. Non sapevo come reagire, mi limitai a chiedere i motivi di quell’incontro. Lei mi raccompagnò pazientemente a casa dicendo che vaneggiavo, che non c’era stato nessun incontro, che mi aveva veduto cadere a terra uscendo dal vicino Café des Artistes, e che sicuramente era un impeto simile a quelli che mi causavano i frequenti incubi notturni, durante i quali gridavo cose fuori da ogni logica. Fu così dolce e tranquillizzante, ed ero in ogni modo ancora così confuso in quella nuova esistenza, che in breve tempo mi rassegnai a crederle.

Ma il tarlo dell’adulterio cominciò a farmi ribollire il sangue. Il giorno dopo, fingendo di non volermi riposare per il troppo da far in ufficio, raggiunsi lo studio del dottor Flagons. Stavolta non ero semplicemente determinato; mi sentivo anzi furioso, pronto ad uccidere per un nonnulla. Flagons dovette intendere bene il mio stato d’animo, per cui non fu restìo a confessare tutto. Con la mia operazione aveva sì avuto l’occasione di affinare la pratica di quello che aveva solo ipotizzato in teoria… Ma non aveva avuto modo di annotare gli effetti collaterali, alcuni aspetti fondamentali, comprese le controindicazioni, per colpa della mia rapida fuga. Allora decise di sfruttare i resti a sua disposizione (un corpo inerme, forse ancora utile allo scopo, ed un cervello potenzialmente intatto) per procedere ad una seconda operazione, della quale stavolta aveva annotato tutto. Il lungo decorso del secondo paziente scorse, tra l’altro, più facilmente, perché seppe per tempo affrontare gli accessi nervosi coi calmanti migliori.

Ascoltai tutto e me ne andai di corsa. Decisi subitaneamente di inscenare presto una nuova partenza a Leeds per lavoro. La fissai per il venerdì successivo, col treno interstatale delle sette. Mia moglie insistette per accompagnarmi ai binari perché, disse, ancora non mi ero del tutto ripreso dall’accesso che avevo avuto. Ma le parole così apprensive non mi parevano accompagnate da un sentimento consono, mi suonavano anzi fredde e distaccate. Per un attimo ebbi il timore di essere troppo prevenuto nei confronti di mia moglie, ma subito mi ripresi e, dopo averla salutata, non mi fu difficile correre fino all’ultima carrozza e da lì saltare giù dal treno, che era appena partito molto lentamente.

Aspettai qualche minuto, dopodiché mi recai di corsa al Café des Artistes, ma non vi era traccia di lei. Percorsi lentamente, sostando nelle zone meno illuminate dai lampioni, tutte le strade nei dintorni del locale, ma non la trovai. Mi recai allora in fretta a casa: la vetrage dell’ingresso lasciava intravedere alcuni lumi accesi. Afferrai la maniglia e con una spallata aprii la porta, causando uno scatto di soprassalto nei due amanti che sorpresi in piedi nel salotto.

Mi avvicinai a quell’uomo come una fiera si getta sul rivale nel branco, a braccia spianate lo afferrai, ma subito la vista ravvicinata del suo volto, del mio volto, mi bloccò… quelle cicatrici attorno alla calotta cranica che ben conoscevo, le stesse che ogni mattina mi celavo con la pettinatura… Un dolore indicibile alla nuca mi trafisse… Sentii arrivare di nuovo uno dei miei attacchi nervosi. Stavolta però non cedetti al venir meno dei sensi, anzi, vedendo nei suoi, nei miei occhi, la medesima confusione, mi sentii come pervaso da una forza inaudita, un portentoso scorrere di sangue delle vene che pareva comune a tutti e due, eravamo una bestia bicefala che si rivoltava contro sé stessa, non ostacolata dai vani tentativi di sua… di mia moglie… che urlava e tentava una separazione ormai impossibile, fin quando in mezzo a quel turbine di fuoco comparve d’improvviso un coltello, e il dolore alla testa divenne insopportabile!

Tutt’ora, non mi è chiaro chi di noi due uccise chi.

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