Lettera senza francobollo

Io non lo so
come ti sono scivolato nella vita. Con la lentezza delle mucche al pascolo. Con la pazienza del contadino, ho ripetuto i gesti che la natura mi indicava, fino a farne rito. Il raccolto è diventato un desiderio mai pensato, una cipolla al cartoccio sotto le braci spente; prima di lui, ha mandato avanti gli inverni e le estati e tutte le altri stagioni per così tante e tante e tante volte che il desiderio ha sfiorato l’illusione.
Per sbaglio una sera ti è scappata una maniglia. M’avevi aperto la porta più buia e io ho voluto – ho dovuto – entrare. Ho chiesto permesso, ho fatto piano. Non ho avuto paura, neanche un secondo. Ho preso per mano la tua, di paure, era grandissima e nera ed io l’ho accarezzata, ti ricordi? L’ho accarezzata tanto da sghiacciarla, da scioglierla ai piedi del mio divano.

I calendari sfiorivano
e un’altra sera
esplose un bacio a quaranta atmosfere. La vetrina di un acquario rotta da duecentocéani. Amore mio, ti ricordi? Ci fermò l’impenetrabilità dei corpi. Solo una legge universale poté qualcosa.

Ancora stagioni e tante notti, le notti, succedeva tutto di notte tanto che pensai che il sole pensasse male di te. Sai le spie dei film, quando a un certo punto non sanno più per cosa lottano, dubitano della loro stessa bandiera, eppure non si distraggono un secondo?
Ho continuato a santificare ogni desiderio più sudicio, ogni pensiero di noi ignudi è diventato un sacramento e quando abbiamo fatto l’amore ci siamo finalmente persi nella nostra religione. Il giorno del giudizio è arrivato proprio quando il nostro giudizio è andato a puttane, e dentro quella massa di carne che eravamo noi avvinghiati non c’erano più due anime sole, ma tutti e sette i cieli in gloria, che Michelangelo c’avrebbe ritinto la Sistina.

Io non lo so come sia possibile ora trovarmi accanto a te. Così vicini da dormire scambiandoci i respiri. La pesantezza dei nostri fiati che di notte riposano insieme è per me come l’odore del vino più costoso.
E ora ti scongiuro, ti scongiuro:

FA’ CHE IO TI BASTI.

Non avrei forza per nient’altro che non sia il me che è nato con te.

Facevo prima col treno: the distribuzione

La prima tiratura di FACEVO PRIMA COL TRENO è in fase di ristampa!

Il mio figlio prediletto è attualmente in attesa dei vostri occhi nelle scaffalature delle seguenti stimatissime librerie:

Empoli
RINASCITA, sia via Ridolfi che al Centro Coop
CUENTAME, in piazza dei Leoni
Firenze
NARDINI, in via delle Vecchie Carceri, complesso delle Murate
ALZAIA, viale don Minzoni 25/E
Scandicci
CENTROLIBRO, in piazzale della Resistenza 2/B
Arezzo
LA FENICE libreria, via Vittorio Veneto 31

Oltre a ciò, il libro è acquisibile tramite il catalogo online della Ibiskos Editrice Risolo e finalmente sui grandi portali come lafeltrinelli.it, IBS.it e Amazon!

Facevo prima col treno C’È!

Signore e signori, è con grande inconsapevolezza che lo nuntio vobis: Facevo prima col treno c’è!

Dopo aver inondato l’internet con notifiche moleste, la campagna di raccolta fondi è andata a buon fine e la bozza finale per la stampa è in via d’approvazione. Prima di dare il via ufficiale a pubblicazione e distribuzione, mi occorre rispondere ad almeno alcuni dei tantissimi interrogativi che gli europei tutti si stanno ponendo Leggi tutto “Facevo prima col treno C’È!”

Quando si è grandi abbastanza

Ad esempio: tra me e te sarebbe tutto un mangiare, fare all’amore e ridere.
Ne sono sicuro.

Tra l’altro è un po’ uguale:
perché se non fossi donna saresti pietanza
e se non fosse la mia fine, vorrei tu mi mangiassi.

Per la voglia che hai di ascoltare tutto,
per come apri la bocca
che sembra vorresti anche respirare il fiato
delle persone che apprezzi.
Per l’intelligenza delle tue sensazioni
e il calore della tua intelligenza.

Ma quando si è grandi abbastanza
si capisce
che i sogni son desideri
che i desideri possono essere progetti
e che i progetti possono fallire
si capisce
che una cosa impossibile
la si può strizzare con una battuta
tipo: «io e te? Sarebbe solo tutto mangiare fare all’amore e e ridere
e, scusami, ma non ho poi tutta questa voglia di cucinare.»
per farne uscire
uno dei tuoi migliori sorrisi
pescato tra quelli che hai
pronti ad ogni complimento:
così mi saluteresti
scendendo dall’auto.

Se non può essere
per lo meno ci avrò guadagnato
un’altra tua risata;
quando si è grandi abbastanza
si sa prendere il meglio possibile
dal meno possibile.

Il ruolo dell’insegnante d’improvvisazione

L’istruttore [di improvvisazione teatrale], e cioè l’organizzatore delle riunioni, può essere un regista, un insegnante, un attore, uno psicologo, un assistente sociale o qualsiasi altra persona interessata all’attività. L’istruttore non avrà una funzione autoritaria, né sarà soltanto un agente incaricato di stabilire le condizioni in cui dovranno verificarsi degli avvenimenti sconosciuti: egli, al contrario, progetterà l’intero programma e penserà a tutti i particolari di ogni seduta; favorirà la creazione e il mantenimento di un’atmosfera in cui le scoperte personali e di gruppo possano avvenire con grande facilità; e, seguendo passo per passo l’andamento del lavoro, terrà conto di tutte quelle circostanze (diversioni, interruzioni, tagli, approfondimenti) che potrebbero comportare modifiche nella “tabella di marcia”. In certe occasioni, l’istruttore, se lo riterrà opportuno, cercherà di entrare in rapporto confidenziale col gruppo, prendendo parte agli esercizi; in certe altre si sforzerà di ridurre al minimo il peso della sua presenza per lasciar posto alle attività personali dei partecipanti. L’istruttore dovrà sentirsi parte del gruppo e non considerare se stesso e il gruppo due entità separate. Una conoscenza preesistente tra l’istruttore e i partecipanti potrà favorire l’instaurarsi di un nuovo rapporto reciproco. Sarà utile, ad ogni modo, che i partecipanti possano sempre vedere nell’istruttore un compagno di ricerca e che i programmi o le richieste di quest’ultimo rivelino interesse e partecipazione verso le esperienze, le idee e i giudizi del gruppo. L’istruttore farà commenti ed esporrà i suoi punti di vista con lo stesso spirito d un qualsiasi componente del gruppo. La sua preparazione e la sua esperienza emergeranno egualmente anche senza che egli debba tenere un atteggiamento autoritario.

Empatia, prima di tutto il resto.

da L’improvvisazione teatrale, J. Hodgson e E. Richards, De Donato Editore, Bari, 1970

Esercitarsi all’esercizio

ESERCIZIO s.m. – Assidua ripetizione di atti per addestrarsi in qlco. o imparare qlco. (come da Zingarelli).

L’esercizio ha lo scopo di esercitarsi. Ripeto un movimento per affinare tecnica e fluidità, ripercorro un processo di calcolo o metodo per averne più pratica nel momento in cui mi servirà. Eppure la naturale inclinazione dell’allievo (soprattutto adulto) al giudizio e all’autogiudizio trasforma il significato dell’esercizio in tutta un’altra questione: il raggiungimento del risultato. Quindi, nell’era del linguaggio binario fatto di zeri e di uni, dell’ON/OFF, la considerazione finale diventa: «questo esercizio non mi riesce» o «questo esercizio mi riesce»; tra l’altro, la prima considerazione si esprime con un generalizzato «faccio schifo» mentre la seconda di solito la si tiene dentro per pudore, con l’ulteriore risultato di sottolineare sistematicamente i fallimenti e aggiungere un carico da undici di autocommiserazione.  Leggi tutto “Esercitarsi all’esercizio”

Antologia delle cose interrotte/5: Stefano Benni

BEPPINO E LEMONTRI’
di Stefano Benni

Le stagioni scorrevano banali a Sant’Annazzo sul Serio. Sorto nelle pieghe dell’appennino tosco-emiliano, tra la Valgrigiona, pungolata di tronchi rinseccoliti dal freddo e di tegole portate via dalla tramontana, e la Vallinsù, assolata e decorata di boschi festosi, era un paese dove l’Unità d’Italia sembrava non essere arrivata. La stazione ferroviaria era in costruzione da un centennio, e ormai era adibita a condominio di aracnidi giganti tutelato dalla Guardia Forestale. La Statale 45, detta Via della Mota per le frane a giorni alterni, era la sola connessione con la civiltà. Le uniche cose che cambiavano, nell’avvicendarsi implacabile dei mesi erano due: i cromatismi acquei del torrente Serio (bruno d’autunno, blu d’inverno, verdone a primavera, cristallino d’estate) e gli eventi sociali a carattere etno-gastro-alcoolico-religioso. In particolare: Leggi tutto “Antologia delle cose interrotte/5: Stefano Benni”